a cura di Roberto Bazzani

Lou Donaldson
Badin, North Carolina, 1 novembre 1926
Daytona Beach, Florida, 9 novembre 2024
Conosciuto per il suo approccio blues, funky e soul allo strumento, Lou Donaldson è stato talvolta criticato per una musica giudicata troppo facile. A tali critiche ha sempre risposto che la sua musica ha ricevuto i favori del pubblico proprio perché spontanea e vicina ai gusti della gente.
Louis Andrew Donaldson “Sweet Poppa Lou” nasce a Badin, North Carolina, il 1 novembre 1926. Si dedica allo studio del sax contralto durante il servizio militare in marina e con la band denominata “Rhythm Vets” registra nell’estate del 1947 la colonna sonora del musical “Pitch a Boogie Woogie” destinato al pubblico afroamericano.
Dai primi anni 50 si trasferisce a New York, dove il 7 aprile 1952 incide “Wizard of the Vibes”, un album a nome di Milt Jackson al vibrafono, con John Lewis al pianoforte, Percy Heath al contrabbasso e Kenny Clarke alla batteria, ossia con quello che in seguito sarà noto come “Modern Jazz Quartet”. Nello stesso anno incide “New Faces-New Sounds” a proprio nome con due distinti gruppi: il primo comprendente Blue Mitchell alla tromba, Horace Silver al pianoforte, Percy Heath al contrabbasso e Art Blakey alla batteria, il secondo sempre con Silver al pianoforte, Gene Ramey al contrabbasso e Art Taylor alla batteria.
Con lo stesso titolo “New Faces-New Sounds” (tanto per complicare le cose) incide nel 1953 un altro album con Clifford Brown alla tromba, Elmo Hope al piano, Percy Heath al contrabbasso e Philly Joe Jones alla batteria.
Un’altra incisione fondamentale di quel periodo è “A Night at Birdland” del 1954 – album in tre volumi, in cui sono presenti registrazioni dal vivo nel famoso locale di New York effettuate a luglio, ottobre e novembre di quell’anno. La formazione comprende, oltre a Donaldson al sax contralto, il fenomenale trombettista Clifford Brown, Horace Silver al piano, Curley Russell al contrabbasso e Art Blakey alla batteria.
Come molti altri musicisti, purtroppo cade nella tentazione della droga. A quei tempi la normativa è molto severa ed in alcuni Stati – la California ad esempio – bastano i segni delle iniezioni di eroina sulle braccia per essere arrestati. La prima volta viene arrestato nella primavera del 1954 e sconta la pena nel carcere di Lexington, Kentucky, dove viene sottoposto ad una terapia disintossicante (che evidentemente non ha successo) e dove ha l’occasione di incontrare alcuni colleghi jazzisti, come Dexter Gordon e Art Pepper. Dopo il rilascio, viene arrestato di nuovo nel 1956. Questa volta la destinazione è il carcere di Lewisburg, Pennsylvania, dal quale uscirà nel 1959, questa volta pulito dopo la disintossicazione con il metodo del “tacchino freddo” (cold turkey), ossia la brusca interruzione dell’assunzione di droghe invece di una loro graduale riduzione nel tempo con l’uso di farmaci sostitutivi (metadone). Si tratta di una pratica pericolosa, in quanto può portare a crisi importanti.
Dopo queste registrazioni con tutta l’aristocrazia dell’hard bop (il che la dice lunga sulla ottima considerazione che questi musicisti hanno di lui), dal 1957 in poi incide prevalentemente a proprio nome per l’etichetta Blue Note di Alfred Lion, passando ad un jazz dalle caratteristiche più “funky” e soul, soprattutto con organisti (come Jimmy Smith, Jack McDuff, Big John Patton, Lloyd Myers Jr., Lonnie Smith) e chitarristi (come Grant Green, Calvin Newborn, Jimmy Ponder e George Benson).
Del 1967 sono le registrazioni forse più significative: la prima, del 20 gennaio, si intitola “Lush Life”, come il famoso brano di Billy Strayhorn (curiosamente non presente nell’album), in nonetto con Freddie Hubbard alla tromba, Garnett Brown al trombone, Jerry Dodgion al sax contralto e flauto, Wayne Shorter al sax tenore, Pepper Adams al sax baritono, McCoy Tyner al pianoforte, Ron Carter al contrabbasso e Al Harewood alla batteria, con arrangiamenti di Duke Pearson.
La seconda, del 7 aprile, è il maggiore successo commerciale di Donaldson, ovvero l’album “Alligator Bogaloo” con Melvin Lastie alla cornetta, George Benson alla chitarra, Lonnie Smith all’organo e Leo Morris alla batteria. Come dichiarato dallo stesso Donaldson, l’omonimo brano che decretò il successo dell’album fu una specie di divertissement del gruppo alla fine della seduta di registrazione, non pianificato all’inizio. Questo a riprova della teoria dello stesso Donaldson che non occorrono cose troppo complicate perché la musica piaccia alla gente.
Le “strizzate d’occhio” al grande pubblico proseguiranno nel tempo con l’uso dello strumento elettrificato e le contaminazioni con funky e rhythm-and-blues.
Ritiratosi dalle scene nel 2018, compare per i festeggiamenti per i suoi 95°, 96° e 97° compleanni al Dizzy’s Club al Columbus Circle di Manhattan, ma in occasione del 98° compleanno decide di non spostarsi a New York a causa di una polmonite che sarà la causa del suo decesso pochi giorni dopo, il 9 novembre 2024 a Daytona Beach, Florida.
L’11 ottobre 2012 il suo nome è stato incluso nella North Carolina Hall of Fame ed ha ricevuto nel 2013 il Jazz Master dalla National Endowment for the Arts.
Nonostante i lavori del suo ultimo periodo non siano stati accolti favorevolmente dalla critica, Lou Donaldson resta un personaggio fondamentale per la sua capacità di far accostare al jazz un pubblico più ampio.
