a cura di Roberto Bazzani

Ernie Henry
New York City, 3 settembre 1926 - 29 dicembre 1957
Uno dei migliori talenti della sua epoca, il sassofonista Ernest Albert “Ernie” Henry si distingueva dagli altri emuli di Charlie Parker per un suono particolare, aspro, anche se lui diceva di ispirarsi a Johnny Hodges, il sax contralto dell’orchestra di Duke Ellington per cui il leader scrisse brani memorabili, la qual cosa risulta sorprendente considerando che il timbro strumentale di quest’ultimo era assai diverso, levigato e sensuale. Ernie Henry nasce a New York City, Brooklyn, il 3 settembre 1926, in una famiglia dove la musica è di casa – il padre suona il piano ed una sorella l’organo in chiesa. Anche lui si dedica allo studio del pianoforte, poi del violino ed infine del sax contralto, con il quale si avvicina al jazz.
A vent’anni si appassiona al nuovo jazz che nasce in quel periodo a New York – il bebop – che segna una profonda rottura con il jazz precedente. Nel 1947 comincia a pensare di fare della musica la propria professione e, visti i progressi nello studio dello strumento, viene scritturato da Tadd Dameron, uno dei principali compositori e arrangiatori dell’epoca, nonché pianista, per suonare in un locale della 52^ strada, il “Famous Door”. Il 26 settembre dello stesso anno entra in sala d’incisione per l’etichetta Blue Note, per la quale incide insieme a musicisti del calibro di Fats Navarro - tromba, Charlie Rouse – sax tenore, Tadd Dameron – piano, Ernest Boyd – contrabbasso e Shadow Wilson – batteria, brani che diventeranno dei classici del bop come “The Chase”, “The Squirrel”, “Our Delight” e “Dameronia”, mentre per la Savoy incide, sempre con Navarro e Dameron ma questa volta con Curley Russell al contrabbasso e Kenny Clarke alla batteria i brani “A Be-Bop Carroll” e “The Tadd Walk”. Niente male per un quasi esordiente, esibirsi con dei musicisti che rappresentavano la crema del jazz più moderno di quei tempi!
Dopo le scritture con Charlie Ventura, Max Roach, Georgie Auld e Kenny Dorham, passa nell’orchestra di Dizzy Gillespie nella quale resta un paio di anni (1950-51). Successivamente suona con il sassofonista tenore Illinois Jacquet in contesti prevalentemente rhythm-and-blues, poi lavora come free-lance collaborando con vari musicisti.
Partecipa al Festival di Newport con Charles Mingus il 5 luglio 1956 con Bill Hardman alla tromba, Teo Macero al sax tenore, Mal Waldron al piano, Mingus al contrabbasso e Al Dreares alla batteria; sempre nel 1956 partecipa alla registrazione di tre brani dell’album di Thelonous Monk “Brilliant Corners” che uscirà l’anno successivo, ovvero “Brilliant Corners”, “Ba-Lue Bolivar Ba-Lues-Are” e “Pannonica” con Sonny Rollins al sax tenore, Monk al piano, Oscar Pettiford al contrabbasso e Max Roach alla batteria.
Registra di nuovo con Gillespie, poi nel 1956-57 incide due dischi a suo nome per la Riverside, ovvero “Presenting Ernie Henry” e “Seven Standards and a Blues”. Appare come co-leader nel disco “2 Horns / 2 Rhythm” assieme a Kenny Dorham, in un quartetto senza pianoforte dove può sperimentare alcune soluzioni piuttosto avanzate per l’epoca che saranno messe a punto nel jazz del decennio successivo. Purtroppo la parabola umana e quella artistica di Ernie Henry si interrompono all’improvviso il 29 dicembre 1957 quando, dopo un’esibizione al Birdland con l’orchestra di Dizzy Gillespie, ha un malore nella sua casa di Brooklyn e muore all’età di 31 anni, forse stroncato da una overdose di eroina o forse da un problema cardiaco (soffriva di pressione sanguigna molto alta). Nonostante le (relativamente) poche incisioni, si percepisce un artista maturo che avrebbe senz’altro potuto dare un contributo musicale ancora più importante se un tragico destino non l’avesse prematuramente tolto dalla circolazione.
